Dr.ssa Raffaella Manco

Disturbi d’ansia

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Cosa è l’ansia

Ansia è un termine largamente usato per indicare un complesso di reazioni cognitive, comportamentali e fisiologiche che si manifestano in seguito alla percezione di uno stimolo ritenuto minaccioso e nei cui confronti non ci riteniamo sufficientemente capaci di reagire.
L’ansia di per sé, tuttavia, non è un fenomeno anormale. Si tratta di un’emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell’organismo quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa.
I disturbi d’ansia si possono racchiudere in 4 macro categorie:

  • Disturbo di panico
  • Disturbo d’ansia generalizzato
  • Fobia sociale
  • Ipocondria

Parlare diffusamente di ognuno di questi disturbi può essere molto complesso.
Tuttavia di seguito analizzeremo questi disturbi nel modo meno superficiale possibile.

Disturbo di panico

Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia ed è caratterizzato da attacchi di panico frequenti ed inaspettati.Che cosa è quindi un attacco di panico? L’attacco di panico consiste in un brusco aumento dell’intensità della paura/ansia, la quale raggiunge un picco molto alto in un breve lasso di tempo, durante il quale si possono manifestare alcuni (almeno 4) dei seguenti sintomi (dalla descrizione che segue ci accorgiamo che i sintomi dell’ansia sono sia mentali che fisici). Quindi si ha un attacco di panico quando l’ansia o la paura che proviamo sono così intense da provocare i seguenti sintomi:

  • Palpitazioni, percezione accentuata del proprio battito cardiaco o tachicardia;
  • Sudorazione accentuata;
  • Tremori o agitazione;
  • Sensazione di mancanza d’aria o di soffocamento;
  • Dolore o fastidio al petto;
  • Nausea o disturbi addominali;
  • Sensazione di sbandamento, di instabilità, sensazione di “testa leggera” o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata), confusione mentale;
  • Brividi o vampate di calore;
  • Sensazioni di intorpidimento o di formicolio;
  • Sensazione di irrealtà (derealizzazione, es. sensazione che ciò che vediamo, o che comunque percepiamo, non sia reale) o sensazione di essere staccati da se stessi (depersonalizzazione);
  • Paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • Paura di morire.

L’attacco di panico, dunque, è la forma più acuta e intensa dell’ansia ed ha le caratteristiche di una crisi che si consuma in circa dieci minuti. In genere, chi ha avuto esperienza di uno o più attacchi di panico tende di conseguenza  a sviluppare la paura e la preoccupazione che l’attacco di panico possa verificarsi nuovamente e la preoccupazione rispetto alle conseguenze dell’attacco di panico stesso (es. paura che col verificarsi di una serie di attacchi di panico si possa impazzire, perdere il controllo, rischiare un attacco cardiaco, ecc.); di conseguenza si sviluppa la tendenza ad evitare tutte una serie di situazioni che vengono considerate dalla persona come “a rischio di attacco di panico” (es. evitare i luoghi in cui gli attacchi di panico si sono già verificati, evitare luoghi dove risulta difficile svincolarsi o uscire e poter tornare in posti familiari, mettere in atto comportamenti tesi a proteggersi da un eventuale attacco di panico, per esempio quando ci si trova fuori casa provare a parcheggiare molto vicino per poter raggiungere il proprio mezzo nel più breve tempo possibile nel caso in cui la persona dovesse stare male, o comunque prendere delle “misure di sicurezza” nel caso in cui si dovesse verificare l’attacco di panico). I comportamenti protettivi più diffusi risultano essere:

  • portare con sé farmaci per l’ansia;
  • muoversi solo in zone in cui sono presenti strutture mediche;
  • allontanarsi da casa solo se accompagnati da persone di fiducia;
  • tenere sempre sotto controllo le uscite di sicurezza.

In genere, la persona tende a evitare tutte le situazioni o luoghi che considera “ansiogeni”, in cui la persona valuta che sia difficile trovare una “via di fuga” o di ricevere aiuto in caso di un attacco di panico.

Tali “evitamenti”, se estesi a diversi ambiti e situazioni della vita quotidiana, risultano molto invalidanti e costrittivi per la persona che li vive, tanto da compromettere la qualità della vita: spesso la paura che si sviluppa rispetto all’attacco di panico costringe molte persone a non guidare, per esempio, per paura che un attacco di panico si verifichi alla guida e quindi di perdere il controllo in tale situazione, la persona arriva a questo punto a compromettere la propria autonomia; o, ancora, molte persone che vivono in centri urbani molto grandi che arrivano ad evitare di utilizzare i mezzi pubblici,  come per esempio la metropolitana, per cui avranno problemi a spostarsi e raggiungere luoghi “importanti” come il posto di lavoro, la scuola o, ancora peggio, viene compromessa la vita sociale (si tende a rinunciare ad incontrare amici o in genere ad allontanarsi da casa, spesso la persona prova vergogna per le conseguenze che l’attacco di panico potrebbe avere o teme che le altre persone potrebbero accorgersene). Tra i comportamenti di evitamento più diffusi si riscontrano:

  • non utilizzare automobile, autobus, metropolitana, treno o aereo;
  • non frequentare luoghi chiusi (es. cinema);
  • non allontanarsi da zone considerate sicure (es. casa);
  • non compiere sforzi fisici.

Gli attacchi di panico possono essere classificati anche sulla base delle condizioni in cui si verificano, cioè dipendenti dalle situazioni e quelli che si producono spontaneamente; questi ultimi avvengono inaspettatamente, mentre quelli dipendenti dalle situazioni si verificano in corrispondenza di precise condizioni ambientali (es. stare in posti affollati, in ascensore, in metropolitana, in macchina, in luoghi da cui è difficile svincolarsi, ecc.), o ancora tra questi, quelli generati da stimoli interni (es. sensazioni fisiche come l’accelerazione del battito cardiaco, la sensazione di nodo alla gola, valutare che si sta arrossendo in viso, ecc.) spesso interpretati come segnali anticipatori dell’ansia e/o dell’attacco di panico, o ancora la persona può iniziare a pensare che la causa sia dentro di sé e ad avere pensieri del tipo: “Sto per svenire!”, “Sto per avere un infarto!”, “Perderò il controllo di me!”, “Impazzirò!”, “Oddio, sto per morire!”. Queste interpretazioni ovviamente spaventano ancora di più la persona: chi non si impaurirebbe all’idea di avere un infarto? Nell’arco di pochi minuti, l’ansia raggiunge il picco più alto di intensità e inizia gradualmente a decrescere, fino a quando il soggetto sperimenta uno stato di sfinimento fisico e mentale.

Quindi l’attacco di panico consiste in un aumento repentino dell’ansia e della paura in un breve lasso di tempo e con un picco massimo di circa 10 minuti; tuttavia nella vita quotidiana capita di provare ansia intensa, ma non per questo possiamo definire un’unica manifestazione come disturbo di panico. In realtà, capita di provare ansia e paura in quanto queste sono emozioni “legittime”, “normali”, nel senso che nella quotidianità si vivono situazioni che giustificano l’emozione di ansia o paura che si prova: es., uno studente prima dell’esame prova ansia; prima di un colloquio di lavoro si prova ansia; attendere i risultati di un esame clinico suscita ansia; ecc. in tal senso l’ansia ha una funzione importante, come tutte le altre emozioni che si provano, che è quella di segnalare che un nostro scopo risulta minacciato o compromesso; per esempio, se stiamo attraversando una strada e vediamo un veicolo che ci viene incontro ad alta velocità senza rallentare man mano che si avvicina, valutiamo che sarebbe pericoloso per la nostra stessa vita, proviamo paura e corriamo per salvarci; quindi l’ansia e la paura sono emozioni che in genere segnalano un pericolo per uno nostro scopo o obiettivo importante.  Questo vuol dire che esiste un’ansia  “normale”, quindi sana, che si prova in circostanze in cui generalmente risulta legittimo provare ansia, in quanto è in gioco uno scopo importante per la persona e si prova ansia perché la persona valuta che tale scopo potrebbe essere compromesso (negli esempi precedenti, lo studente ha lo scopo di superare l’esame; il giovane del colloquio di superarlo e di ottenere il lavoro; il paziente che attende i risultati spera nel buon esito degli stessi), e un’ansia “patologica”, che si differenzia dalla prima per il fatto che risulta eccessiva rispetto ad un reale pericolo (per es. pensare di morire o di avere un infarto se si prova ansia, provare ansia per il fatto di trovarsi su un mezzo di trasporto, nel senso che in tali casi le situazioni non sono “realmente pericolose” da giustificare la reazione di intensa ansia). L’ansia patologica quindi è eccessiva rispetto ad un reale pericolo, è caratterizzata da comportamenti di “evitamento”, cioè evitare determinate situazioni ritenute rischiose per l’attacco di panico, tale condizione in genere compromette la qualità della vita, in quanto la persona che ne soffre tende a limitare attività e abitudini che prima di star male affrontava tranquillamente. Tutto ciò genera un senso di frustrazione e di insoddisfazione per la propria vita.

L’ansia ha una serie di sintomi sia cognitivi (sensazione di sbandamento, di instabilità, di sbandamento, confusione mentale, sensazione di irrealtà, paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo) che fisici (nausea, dolori addominali, sudorazione, palpitazioni, fastidio o dolore al petto, ecc.); i sintomi fisici si manifestano di conseguenza alle modificazioni fisiologiche prodotte dall’adrenalina che entra in circolo nel sangue, in quanto ansia  e paura  segnalano un pericolo e quindi ci preparano fisicamente ad una reazione tipo “attacco-fuga” (es. della macchina  che ci viene contro). In sostanza l’ansia considerata patologica è quella che innesca una reazione tipo attacco-fuga, alla quale però non corrisponde un reale pericolo.

Il disturbo di panico è una patologia piuttosto diffusa, ingravescente e fortemente invalidante. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne soffre tra il 2% e il 3% della popolazione mondiale, soprattutto donne.
Solitamente il decorso del disturbo è cronico, ma mentre alcune persone ne soffrono in modo continuativo, altre presentano intervalli di anni senza attacchi di panico. 

Come sapere se si soffre di Disturbo di Panico

Come accennato, avere qualche sporadico attacco di panico nel corso della vita non significa soffrire di disturbo di panico, come già detto, ci sono situazioni o eventi di vita che a volte giustificano il fatto di avere una reazione ansiosa. Tuttavia, oltre a differenziare e valutare se abbiamo un’ansia cosiddetta “sana” (quindi giustificata dagli eventi) o “patologica” ( che invece risulta eccessiva rispetto a ciò che effettivamente si verifica e condiziona la vita della persona che tenderà a sviluppare comportamenti di “evitamento” e/o “protettivi”), è necessario tenere in considerazione che in realtà l’attacco di panico è un sintomo di diversi disturbi psicologici e in particolare dei disturbi di ansia. Ciò che li rende caratteristici del disturbo di panico è la loro manifestazione, che il più delle volte non è associata a stimoli o situazioni specifiche, ossia è inaspettata, “a ciel sereno”.
Gli attacchi di panico che si sperimentano solo venendo a contatto con oggetti o situazioni specifiche, invece, sono manifestazioni di altri disturbi d’ansia, in particolare della Fobia Sociale, della Fobia Specifica o del Disturbo Post-traumatico da Stress. Nella fobia sociale, gli attacchi di panico sono provocati da situazioni sociali, nelle quali il soggetto teme di essere umiliato, deriso, giudicato negativamente o di sentirsi imbarazzato.
Gli attacchi di panico che si manifestano, invece, quando si viene a contatto con oggetti o situazioni specifiche temute (es. toccare animali, prendere l’ascensore, attraversare ponti, vedere il sangue) sono manifestazioni della fobia specifica.
Nel disturbo post-traumatico da stress, infine, il panico può essere indotto da stimoli che riportano alla memoria l’evento traumatico all’origine del disturbo stesso.
Gli attacchi di panico possono anche essere una conseguenza fisiologica di determinate condizioni mediche (es. ipertiroidismo, disfunzioni vestibolari, disturbi convulsivi e condizioni cardiache) o dell’uso di alcune sostanze che quotidianamente consumiamo o sostanze stupefacenti (es. caffeina, bevande che contengono sostanze “attivanti”; cannabis, cocaina, abuso di alcool).

Cause del disturbo di panico

L’età in cui tale disturbo si manifesta per la prima volta varia notevolmente da soggetto a soggetto, ma tipicamente si colloca tra la tarda adolescenza e i 35 anni.
Secondo gli studi finora realizzati non è possibile risalire ad un’unica causa del disturbo, ma sono stati individuati una serie di fattori di rischio che concorrono all’insorgenza del disturbo di panico, che risultano essere:

  • situazioni stressanti fisiche (es. malattie, mancanza di sonno, uso di sostanze stupefacenti) e psicologiche (es. stress lavorativo, problemi finanziari, cambi di ruolo, conflitti interpersonali, malattie di familiari, lutti, esperienze traumatiche);
  • iperventilazione, che consiste in una respirazione più rapida e profonda rispetto al fabbisogno d’ossigeno dell’organismo in un determinato momento (in genere, la persona che ha la sensazione di soffocare tende a respirare con ritmo veloce, ingoiando più aria possibile, nell’idea altrimenti di soffocare);
  • predisposizione genetica e familiarità, per cui i consanguinei di primo grado si trasmetterebbero la tendenza a rispondere con l’ansia a determinati stimoli;
  • predisposizione biologica e psicologica, alcuni studi dimostrano che in alcune persone si manifesta un’attitudine psicologica ad interpretare come pericolosi per la propria integrità fisica e/o mentale alcuni segnali che provengono dal nostro corpo (come per es. l’accelerazione del battito cardiaco, vertigini, nausea, ecc.);
  • caratteristiche di personalità, consistenti essenzialmente in una sensibilità agli stimoli ansiogeni, che si manifesta in particolare con uno stile di pensiero catastrofico.

E’ importante comunque tenere in considerazione che, a prescindere dalla causa, una volta sperimentato l’attacco di panico si genera nella persona la paura che si possa ripresentare; a questo punto si è in balia di un “circolo vizioso” che si viene a creare, che consiste nella paura e l’ansia (“ansia anticipatoria”) che si possa manifestare un attacco di panico, tale pensiero a sua volta genera ansia, a questo punto provare ansia provoca un aumento delle interpretazioni catastrofiche, quindi si crea una condizione in cui se si inizia a provare ansia peggiorano i pensieri “ansiogeni” e di conseguenza si tenderà a provare ancora più ansia; si innesca così un “circolo vizioso” estenuante.

Conseguenze del Disturbo di Panico

Il Disturbo di Panico spesso risulta particolarmente invalidante in quanto ha ripercussioni sulla qualità di vita in generale o in alcune aree importanti della nostra vitacome in quella lavorativa (es. rinunciare ad un lavoro per le difficoltà di spostamento), familiare (es. tensioni interpersonali causate dalle frequenti richieste di essere accompagnati o per non riuscire ad adempiere ad alcuni compiti quotidiani) e sociale (es. riduzione delle relazioni a causa della difficoltà a frequentare luoghi pubblici).

Per cui la qualità di vita risulta compromessa per una serie di condizioni che si vengono a creare di conseguenza alla manifestazione del disturbo, come per esempio l’“ansia anticipatoria” prima di esporsi ad una situazione temuta (provare ansia prima di uscire di casa),  mettere in atto comportamenti di “evitamento” (es. non usare la propria macchina, evitare di accettare un lavoro per non essere costretti a spostarsi, rinunciare ad uscire con gli amici per paura di allontanarsi da casa, ecc.), i “comportamenti protettivi” messi in atto come misure di sicurezza nell’eventualità di evitare che l’attacco di panico si verifichi o in casi in cui si dovesse star male (come per esempio portare sempre con sé il farmaco per calmare l’ansia, uscire senza allontanarsi troppo dai posti considerati “sicuri”, essere accompagnati se si esce, ecc.). Spesso la compromissione della qualità di vita coincide nel breve termine con la riduzione della propria autonomia, e più a lungo termine, con la compromissione della qualità di vita anche dei propri familiari (per  esempio per le numerose richieste della persona affetta dal disturbo), il senso di efficacia personale e la stima di sé.
il calo di autostima, inoltre, a lungo andare può suscitare sentimenti di tristezza e frustrazione o anche una vera e propria depressione secondaria. A tale condizione a volte molte persone tendono poi a rispondere in modo poco efficace sia per il disturbo stesso che per la propria salute, per esempio alcuni per  gestire sintomi, sentimenti angoscianti tendono ad abusare di sostanze stupefacenti (in particolare l’alcool).

Il trattamento del Disturbo di Panico

I trattamenti per la cura del disturbo di panico attualmente ritenuti dalla comunità scientifica come più efficaci sono la psicoterapia e la terapia farmacologica se risulta necessaria.
Quest’ultima è caratterizzata da categorie di farmaci detti benzodiazepine ed antidepressivi di nuova generazione.
In genere il solo trattamento farmacologico non risulta efficace, in quanto all’interruzione della farmacoterapia, la sintomatologia si ripresenta. I farmaci, infatti, in tempi relativamente brevi riducono l’intensità dei sintomi che caratterizzano il disturbo, ma non risolvono le “cause” alla base del disturbo; in sostanza sarebbe come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: è probabile che, dopo qualche tempo, il dolore si ripresenti, se non si agisce anche su ciò che lo ha provocato.
In effetti i farmaci, nel caso del Disturbo di Panico, abbassando i livelli di sofferenza soggettiva e d’ansia, vengono utilizzati in una fase iniziale del trattamento  in quanto creano le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico efficace (per intendersi, se una persona risulta molto agitata sarà difficile che possa avere la concentrazione e la “lucidità”  sufficienti che gli permettano di “apprendere” o seguire una seduta di psicoterapia).
Per tali motivi spesso si consiglia al paziente di seguire sia un trattamento farmacologico, che uno psicoterapeutico.

In realtà, la terapia farmacologica non sempre viene prescritta, ma si rende necessaria almeno temporaneamente, per le persone che hanno un’attivazione ansiosa molto intensa. Una condizione che spesso si crea come ostacolo all’assunzione dei farmaci di tale tipo è la “paura”, a volte convinzione, di sviluppare una dipendenza da tali farmaci; spesso questo è un pregiudizio che ostacola l’efficacia del trattamento. Effettivamente alcuni farmaci (es. benzodiazepine) nel lungo tempo possono provocare dipendenza, tuttavia l’assunzione del farmaco sotto il controllo di un medico esperto (medico psichiatra) evita tale condizione. Ad ogni modo la farmaco terapia è considerata nei casi di Disturbo di Panico come “temporanea”, in quanto ciò che risulta effettivamente efficace è il trattamento psicoterapico. Altra condizione da tener presente è che spesso tali farmaci hanno anche degli effetti collaterali sgradevoli per la persona, ma comunque transitori.
Come attestato da diversi studi empirici, attualmente la psicoterapia più efficace per il Disturbo di Panico è quella cognitivo-comportamentale, applicata individualmente o in gruppo (vedi terapia gruppo attacchi di panico).

Il trattamento cognitivo-comportamentale

La terapia cognitivo-comportamentale per il disturbo di panico si basa sul presupposto che, durante un attacco di panico, la persona tende ad interpretare alcuni stimoli esterni (es. code nel traffico, luoghi chiusi, luoghi aperti) o interni (es. tachicardia, sensazione di svenimento, confusione mentale) come pericolosi, come il segnale di un’imminente catastrofe; tali interpretazioni, spaventando la persona, scatenano l’ansia, con i relativi sintomi mentali e fisici. Se i sintomi dell’ansia vengono poi, a loro volta, interpretati in modo catastrofico, ossia se si prospettano conseguenze disastrose, il livello d’ansia cresce ulteriormente, intrappolando il soggetto in un circolo vizioso che culmina in un attacco di panico. Da questo punto in poi la persona tenderà a mettere quindi in atto comportamenti di “evitamento” e comportamenti “protettivi” che rappresentano dei tentativi per gestire in qualche modo il disturbo stesso. Il trattamento cognitivo-comportamentale prevede un protocollo che implica  visite con frequenza di una volta a settimana per circa 50-60 minuti per ognuna,  è efficace sia in terapia individuale che di gruppo, caratterizzato da diverse procedure, le principali si riassumo nelle seguenti fasi di trattamento:

  • formulazione di un contratto terapeutico, che contenga, in particolare obiettivi terapeutici condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente);
  • psicoeducazione al disturbo, che consiste nel fornire al paziente informazioni su come funziona il disturbo, in particolare sulle modalità di insorgenza e come si manifesta, quindi il mantenimento dello stesso, tecniche di gestione dell’ansia;
  • ricostruire l’evento e la manifestazione iniziale e attuale del disturbo;
  • insegnamento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia;
  • individuazione delle interpretazioni erronee (es. pensieri catastrofici) che portano all’attacco di panico e messa in discussione di tali interpretazioni;
  • esposizione graduale alle sensazioni e agli stimoli temuti ed evitati (le esposizioni prevedono inizialmente la presenza di un terapeuta se necessario, per poi far esporre gradualmente la persona anche da sola);
  • prevenzione delle ricadute.

È possibile, come già detto, effettuare tale protocollo di terapia anche in gruppo.
La terapia di gruppo consente ad ogni partecipante di confrontarsi con altre persone che soffrono del suo stesso disturbo, favorendo il ridimensionamento del problema e la riduzione della sensazione soggettiva di “essere anormale”. Per quanto riguarda le esposizioni (esercizi efficaci alla desensibilizzazione allo stimolo ansiogeno), sono previste, ove risulti necessario, visite domiciliari in una fase iniziale delle esposizioni stesse, in modo tale da sostenere la persona ad iniziare ad esporsi, per poi poter continuare da sola.

Disturbo d’ansia generalizzato

La caratteristica principale del disturbo d’ansia generalizzato è uno stato continuo e persistente di preoccupazione per diversi eventi, che risulta eccessivo in intensità, durata o frequenza rispetto alle reali circostanze, che invece rappresentano eventi temuti dal soggetto. L’ansia viene definita “Generalizzata” poiché non è circoscritta a determinate situazioni, ma, al contrario, riguarda numerosi eventi e situazioni. Tale stato non essendo  associato a specifiche circostanze, è difficile da controllare per chi lo sperimenta ed è presente nel soggetto per la maggior parte del tempo per almeno sei mesi.
Le preoccupazioni eccessive sono accompagnate da almeno tre dei seguenti sintomi:

  • Restlessness (cioè sindrome della gambe senza riposo/ irrequietezza);
  • facile faticabilità;
  • difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria;
  • irritabilità;
  • tensione muscolare, muscoli tesi a volte doloranti;
  • sonno disturbato (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, si sveglia poco riposato).

Coloro che sentono tensione muscolare possono sperimentare anche tremori, dolori o contratture muscolari. Molte persone che soffrono di questo disturbo presentano, inoltre, sintomi somatici come bocca asciutta, mani appiccicose, sudorazione, brividi dl freddo, nausea, diarrea, difficoltà a deglutire e nodo alla gola. Le preoccupazioni del Disturbo d’Ansia Generalizzato hanno specifiche caratteristiche: per esempio sono numerose, si succedono rapidamente (al termine di una ce n’è subito un’altra), sono accompagnate da emozioni di allarme, di inquietudine e ansia, riguardano eventi catastrofici futuri con una bassa probabilità reale che accadano, riducono la capacità di pensare lucidamente, sono molto difficili da controllare.
Alcuni studi hanno evidenziato che chi è affetto da questo disturbo può trascorrere oltre la metà del tempo in cui si è svegli a preoccuparsi di eventi che non si verificano. Spesso la persona, dopo la mancata “disgrazia”, riconosce la propria  preoccupazione come eccessiva e spropositata. Molte preoccupazioni riguardano eventi e situazioni di tutti i giorni, ad esempio la persona passa molto tempo a preoccuparsi di possibili disgrazie, fallimenti o giudizi negativi, possono riguardare i familiari, le relazioni sociali, il lavoro o lo studio, le malattie, i soldi e le finanze in generale. Le tematiche più comuni tra le persone affette dal disturbo risultano essere problemi che possono presentarsi nel futuro, perfezionismo e paura di insuccesso, paura di essere giudicato negativamente dagli altri. Per riassumere, quindi, le preoccupazioni caratteristiche del Disturbo d’Ansia Generalizzato riguardano per lo più eventi lontani nel tempo, molto improbabili che accadano realmente, inoltre l’ansia che si prova non è “utile” a mettere in atto comportamenti che effettivamente ridurrebbero il pericolo che si teme. Altri aspetti importanti  e tipici di tale disturbo consistono da un lato, nel fatto che spesso le persone che ne soffrono sono preoccupate per il fatto di avere delle preoccupazioni, che si esplicitano in pensieri del tipo “…. Non riuscirò a controllare questa preoccupazione; … non smetterò mai di preoccuparmi; …. Starò male o impazzirò se continuerò a preoccuparmi così”. Le preoccupazioni o l’ansia sulle proprie preoccupazioni danno quindi luogo ad un circolo vizioso che continua ad aggravare i sintomi e le difficoltà di vita  quotidiane, andando ad incidere e influenzare inevitabilmente lo stato d’animo e l’umore della persona affetta da tale disturbo. Dall’altro, altre persone affette dal Disturbo d’Ansia Generalizzato credono che le preoccupazioni possano avere in qualche modo una funzione “protettrice” rispetto a ciò che temono, cioè tendono a credere che preoccuparsi serva a prevenire ciò che si teme, per esempio con frasi del tipo “… se mi preoccupo per il peggio, sarò più preparato ad affrontarlo…”, “… se smettessi di preoccuparmi e succedesse qualcosa di brutto, mi sentirei responsabile …”, “… se continuerò a preoccuparmi, prima o poi saprò cosa è meglio fare…”, “… le preoccupazioni mi aiutano a tenere sotto controllo la mia ansia..”. Tali convinzioni raramente vengono confermate e messe alla prova, per cui la persona continua a preoccuparsi. A partire da una preoccupazione e dalla relativa ansi, quindi, si attivano catene di pensieri negativi dette rimuginazioni, che mantengono e incrementano lo stato iniziale.

Nella maggior parte dei casi, la persona affetta dal disturbo tenterà quanto possibile di proteggersi dall’ansia e dalle preoccupazioni, per cui tenderà a mettere in atto una serie di comportamenti che, nel breve termine, effettivamente aiutano ad attenuare l’ansia, ma, nel lungo tempo, possono contribuire a mantenere e rafforzare le proprie paure. Esempi di tali comportamenti sono:

  • cercare di rassicurarsi o chiedere agli altri di essere rassicurato che le cose andranno bene (es. telefonare spesso ad una persona cara per essere sicuri che non le sia successo niente, o andare dal medico per essere rassicurati dopo aver notato un sintomo o una sensazione fisica; tali rassicurazioni suscitano sollievo, ma dura poco in quanto l’ansia dopo un po’ ritorna e si fa sentire il bisogno di essere rassicurati sempre di più);
  • essere perfezionisti, ad esempio continuare a controllare il lavoro fatto per assicurarsi che non abbia difetti; ciò vuol dire che se abbiamo obiettivi troppo elevati, si vive nell’ansia di non farcela e quando non li si raggiunge ci si demoralizza;
  • evitare le situazioni che si ritiene generino ansia, per esempio evitare di ascoltare o vedere il telegiornale per non sapere di disgrazi o malattie, in quanto ciò potrebbe poi scatenare le preoccupazioni relative a disgrazie e malattie personali;
  • rinviare, per esempio rimandare di iniziare un compito a causa dell’ansia legata al timore di un risultato temuto o comunque insoddisfacente;
  • tentare attivamente di sopprimere la preoccupazione, paradossalmente, tentare di sopprimere le preoccupazioni le peggiora, proprio perché la persona concentra la propria attenzione su di esse.

Tipicamente il Disturbo d’Ansia Generalizzato ha un andamento cronico, per cui le persone che ne soffrono tendono a considerare lo stato ansioso che solitamente sperimentano come una caratteristica della loro personalità, piuttosto che un disturbo vero e proprio. In alcuni casi, tuttavia, il disturbo si presenta in maniera discontinua nel corso della vita, in particolare nei periodi di forte stress.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità soffre di disturbo d’ansia generalizzato il 5% della popolazione mondiale, soprattutto donne. Solo un terzo di chi ne soffre, tuttavia, si rivolge ad uno specialista della salute mentale, in quanto i sintomi fisici dell’ansia spesso portano i pazienti a rivolgersi ad altre figure professionali (es. medico di base, internista, cardiologo, pneumologo, gastroenterologo).

Come capire se si soffre di disturbo d’ansia generalizzato

È da tener presente che spesso nella nostra vita ci si presentano buoni motivi per essere preoccupati, per cui la prima differenziazione riguarda individuare se si prova un’ansia cosiddetta “sana”, normale, o se si tratta di una forma d’ansia significativa da un punto di vista clinico (considerando proprio che la caratteristica fondamentale di tale disturbo è essere preoccupati o ansiosi per un ampio spettro di stimoli, situazioni, eventi e non per un unico oggetto o situazione specifica). L’ansia è un’emozione normale, che prova ogni soggetto sano. Ha la funzione di segnalare situazioni di pericolo o spiacevoli, permettendoci così di affrontarle ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate (per esempio, se stiamo attraversano la strada e una macchina ci viene contro e valutiamo che non sta però rallentando, proviamo paura e corriamo per proteggerci e per non fare una brutta fine). L’ansia, inoltre, produce un aumento dello stato di vigilanza, utile quando si devono affrontare situazioni impegnative (es. ad un colloquio di lavoro non daremmo il meglio di noi stessi se fossimo completamente rilassati). Entro certi livelli, dunque, l’ansia è necessaria a ciascuno di noi; quando si è troppo ansiosi, però, diminuisce la capacità di pensare lucidamente e di risolvere i problemi.
Rispetto alle preoccupazioni normali, quelle che caratterizzano il disturbo d’ansia generalizzato risultano:

  • più numerose, frequenti, durature, intense, invasive e pervasive;
  • di rapida successione (ad una ne segue subito, o quasi, un’altra);
  • accompagnate da emozioni di ansia intensa;
  • relative ad eventi futuri improbabili;
  • scollegate da fattori precipitanti;
  • accompagnate da sintomi fisici;
  • difficili da controllare e da rimandare ad altri momenti.

In sostanza l’ansia di chi soffre di questo disturbo tende ad essere eccessiva, pervasiva, poco controllabile e interferisce notevolmente con il funzionamento normale della persona.

Inoltre, è da tener presente che tale disturbo ha sintomi ansiosi (es. tensione muscolare, irrequietezza, irritabilità) che vanno distinti da altri disturbi che hanno la stessa tipologia di sintomi. Per esempio, alcuni di essi potrebbero essere la manifestazione di una condizione medica generale (es. ipertiroidismo) o essere dovuti all’uso di alcune sostanze psicoattive (es. caffeina, farmaci come sedativi, ipnotici o ansiolitici).
Se, per esempio, la preoccupazione della persona riguarda esclusivamente la possibilità che si possa verificare un attacco di panico si tratta di Disturbo di Panico e non di Disturbo d’Ansia Generalizzato; e ancora, se la preoccupazione riguarda esclusivamente l’eventualità di sentirsi imbarazzato in pubblico si tratta di Fobia Sociale; se la preoccupazione riguarda esclusivamente l’avere una grave malattia si tratta di Ipocondria; se la preoccupazione è relativa solo alla peso e alla forma del corpo o di aumentare di peso si tratta di un Disturbo del Comportamento Alimentare; preoccuparsi principalmente di essere contaminato è tipico del Disturbo Ossessivo-compulsivo; in fine, se si è prettamente preoccupati di rivivere un evento traumatico si tratta di un disturbo post-traumatico da stress.

Cause

L’esordio del disturbo d’ansia generalizzato è graduale e compreso tra l’adolescenza e i 30 anni di età. Le persone che hanno questo disturbo, comunque, riferiscono di sentirsi molto ansiosi fin dall’infanzia.

In base ad alcuni studi empirici, i fattori di rischio per l’insorgenza di questo disturbo sembrano essere:

  • caratteristiche di personalità (intesa come modo abituale di pensare, reagire e rapportarsi agli altri), sul cui sviluppo incidono sia fattori genetici, che educativi: le persone che soffrono di ansia generalizzata si descrivono di solito come sensibili, emotive, facili a preoccuparsi, caratteristiche per altro comuni anche ai membri della famiglia; a tal proposito sembrano importanti anche i fattori genetici, tuttavia non è ancora chiaro quanto nel rappresentare un fattore di rischio, ma altrettanto importante risulta l’educazione ricevuta che può interferire positivamente aumentando il senso di sicurezza e negativamente rafforzando i timori e le aspettative di danno.
  • uno stile di pensiero in base al quale gli eventi tendono ad essere interpretati in modo catastrofico/minaccioso (es. sentendo il telefono squillare, immaginare cattive notizie, piuttosto che una piacevole chiacchierata): le persone affette dal disturbo hanno una tendenza a interpretare automaticamente come minaccioso tutto ciò che succede, per esempio, se si incrocia lo sguardo arruffato di un capo la persona tenderà a pensarlo come segno di disapprovazione piuttosto che sia dovuto a qualche difficoltà che riguardi la vita personale; o sentire squillare il telefono fa pensare al fatto di ricevere una brutta notizia, piuttosto che un amico che vuole scambiare due chiacchiere.
  • stress associati ad eventi che comportano cambiamenti di vita importanti (es. lutti, cambio di lavoro, di casa o di partner): l’ansia può esordire in periodi di stress elevato, a volte un grosso problema o anche una serie di piccoli problemi possono interferire con la nostra capacità di adattamento e rappresentare una forte minaccia.

Conseguenze

Chi ha un disturbo d’ansia generalizzato ha difficoltà ad impedire che le preoccupazioni interferiscano con l’attenzione verso le attività che sta svolgendo; ciò comporta una compromissione del funzionamento lavorativo (es. rallentamento nello svolgimento dei compiti) e sociale (es. tensioni causate dalle frequenti richieste di rassicurazioni) di queste persone.
La presenza di eccessive preoccupazioni e la difficoltà a gestirle possono produrre, inoltre, una diminuzione del senso di efficacia personale e della stima di sé, che spesso conducono ad una depressione secondaria.
Altra frequente conseguenza del disturbo d’ansia generalizzato è l’abuso di sostanze psicoattive (es. farmaci, droghe), a cui la persona può ricorrere come tentativo disperato di gestire il disturbo stesso o la depressione che ad esso può seguire.

Differenti tipi di trattamento

I trattamenti riconosciuti come più efficaci per la cura del Disturbo d’Ansia Generalizzato sono la farmacoterapia e la psicoterapia.
Nella terapia farmacologica vengono utilizzati antidepressivi di nuova generazione e benzodiazepine. A breve termine questi farmaci risultano efficaci, ma all’interruzione della loro assunzione, è possibile che i sintomi del disturbo si ripresentino in quanto le sue cause possono restare inalterate. Curare questo disturbo coi soli farmaci potrebbe essere come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: dopo qualche tempo è possibile che il dolore si ripresenti poiché non si è agito su ciò che lo ha provocato.
D’altra parte i farmaci, abbassando i livelli di sofferenza soggettiva e di ansia, creano le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico efficace.
Per tali motivi, spesso i clinici associano al trattamento farmacologico quello psicoterapeutico.
In realtà, la terapia farmacologica non sempre viene prescritta, ma si rende necessaria almeno temporaneamente, per le persone che hanno un’attivazione ansiosa molto intensa. Una condizione che spesso si crea come ostacolo all’assunzione dei farmaci di tale tipo è la “paura”, a volte convinzione, di sviluppare una dipendenza da tali farmaci; spesso questo è un pregiudizio che ostacola l’efficacia  al trattamento. Effettivamente alcuni farmaci (es. benzodiazepine) nel lungo tempo possono provocare dipendenza, tuttavia l’assunzione del farmaco sotto il controllo di un medico esperto (medico psichiatra) evita e diminuisce il rischio di tale condizione.

Riguardo alla psicoterapia, da alcuni studi empirici risulta che nella cura del Disturbo d’Ansia Generalizzato il trattamento cognitivo-comportamentale, effettuato sia individualmente che in gruppo, è più efficace di altri trattamenti (es. psicoterapia analitica).

Il trattamento cognitivo-comportamentale

Secondo la teoria cognitivo-comportamentale, le preoccupazioni e le rimuginazioni possono essere normali o patologiche a seconda non dei loro contenuti, ma della loro frequenza e di come vengono valutate dalla persona, quindi da quanto spesso ci vengono alla mente e come le interpretiamo.
Il disturbo d’ansia generalizzato deriverebbe da particolari valutazioni sia positive che negative delle proprie preoccupazioni e rimuginazioni.
Generalmente, infatti, chi ha questo disturbo inizialmente presenta credenze positive sulle proprie preoccupazioni: pensa che è proprio il preoccuparsi che gli permette di riflettere e, dunque,  di trovare soluzioni ai propri problemi o di prevenire catastrofi (es. “… Se rimugino sono più preparato per affrontare ogni evenienza …”). Le rimuginazioni, inoltre, vengono spesso associate alla convinzione superstiziosa che “preoccupandosi si tiene lontano il pericolo”. Così, ad esempio, una madre potrebbe temere che, smettendo di preoccuparsi per la salute del figlio, questi potrebbe ammalarsi davvero. Nelle fasi iniziali, dunque, la preoccupazione è deliberatamente ricercata dalla persona.
In seguito, soprattutto a causa del fatto che nel frattempo le rimuginazioni diventano pervasive, spesso la persona inizia a valutare negativamente le proprie preoccupazioni: pensa di non riuscire a controllarle e che questo potrebbe essere pericoloso, per cui “si preoccupa di essere preoccupata” (metapreoccupazione) (es. “… Starò male o impazzirò se continuo a preoccuparmi così…”). In tal caso, le preoccupazioni sono vissute come intrusive, disturbanti e difficili da interrompere. I comportamenti messi in atto, poi,  per attenuare preoccupazioni e ansia (distrazione, controllo del pensiero, evitamenti, richiesta di rassicurazioni) momentaneamente le riducono, ma a lungo andare le mantengono e le rinforzano perché lasciano inalterate le credenze disfunzionali su di esse.
Le convinzioni positive e negative sul  rimuginio e i comportamenti disfunzionali per ridurla interagiscono tra di loro generando un circolo vizioso; in questo modo il disturbo si mantiene.
Nel trattamento cognitivo-comportamentale del disturbo d’ansia generalizzato viene utilizzato un protocollo che prevede l’impiego  delle seguenti procedure:

  • formulazione di un contratto terapeutico, che contenga, in particolare, obiettivi condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il    paziente);
  • ricostruzione della storia del disturbo(primi episodi in cui si è manifestato e descrizione dettagliata della condizione attuale);
  • formulazione dello schema di funzionamento del disturbo, a partire dall’analisi di recenti episodi nei quali la persona si è sentita preoccupata e ansiosa;
  • psicoeducazione, che consiste nel fornire al paziente informazioni relative al ruolo che hanno le credenze sulle preoccupazioni nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo;
  • individuazione dei pensieri disfunzionali (es. giudizi sulle preoccupazioni) alla base del disturbo e messa indiscussione di tali valutazioni;
  • apprendimento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia;
  • esposizionegraduale ai pensieri ed agli stimoli temuti ed evitati;
  • prevenzione delle ricadute, che consiste nell’accettazione da parte del paziente della possibilità che i sintomi potrebbero ripresentarsi e nel rinnovato ricorso agli strumenti acquisiti in terapia per fronteggiare il momento di crisi.

Questo protocollo è applicabile sia alla terapia individuale, che a quella di gruppo.
Rispetto alla terapia individuale, quella di gruppo consente ad ogni partecipante di confrontarsi con altre persone che soffrono del suo stesso disturbo, favorendo il ridimensionamento del problema e la riduzione della sensazione soggettiva di “essere anormale”.

Fobia sociale

La fobia sociale o Disturbo d’Ansia Sociale è un disturbo d’ansia, in cui la paura caratteristica consiste nel credere di essere osservati e giudicati negativamente in situazioni sociali o durante lo svolgimento di un’attività in pubblico. Ciò che principalmente si teme è il giudizio negativo degli altri. In genere, le persone affette da questo disturbo temono, in situazioni sociali e comunque non familiari, di poter dire o fare cose imbarazzanti e di esser giudicati ansiosi, impacciati, stupidi, incompetenti, strani, goffi, deboli o “pazzi”.

La persona affetta dal disturbo in genere ha questa paura quando parla con gli altri, quando fa o dice qualcosa mentre gli altri lo guardano o anche semplicemente se c’è la possibilità di attirare l’attenzione degli altri; per esempio ha paura di essere giudicato male dagli altri se si dovessero accorgere che è ansioso (arrossisce, suda, trema). Oppure teme di poter dire o fare qualcosa di sbagliato o imbarazzante, apparire goffo, o avere un attacco di panico (es. spesso ha pensieri del tipo “….Ora apparirò goffo, impacciato…inizierò a tremare e sudare…gli altri se ne accorgeranno e rideranno di me!”). Altri ancora possono provare ansia al pensiero che gli altri possano trovare spiacevoli e/o criticare il proprio aspetto.

In genere le situazioni più comunemente temute sono: parlare in pubblico, andare a una festa, scrivere o firmare davanti a qualcuno, fare file, usare il telefono in pubblico, usare mezzi di trasporto pubblici. Alcune persone temono, per esempio, di avere reazioni fisiologiche imbarazzanti (es. perdere il controllo della vescica, vomitare, ruttare, ecc.) E ancora, alcuni hanno più paura delle situazioni in cui viene chiesto loro una prestazione, altri, invece, delle occasioni di interazione sociale: esempi tipici di questo ultimo caso si concretizzano in situazioni in cui la persona affetta dal disturbo teme di non aver niente da dire o di dire qualcosa di sbagliato, di risultare noiosi o, comunque, inadeguati.

Questi timori possono essere presenti solo in alcune situazioni sociali (fobia sociale specifica) o nella maggioranza di esse (fobia sociale generalizzata). Ad ogni modo, la persona che soffre di fobia sociale affronta tali situazioni con estremo disagio e ansia, per cui, spesso, per non provare tali sgradevoli sensazioni, inizierà a evitare in tutti i modi le situazioni sociali temute, con l’idea che starà bene evitando di esporsi a esse. I motivi dell’evitamento possono essere diversi: si può provare un’ansia così intensa da ritenerla ingestibile o si può essere stanchi di affrontare delle situazioni in cui si lotta contro la propria sensazione di inadeguatezza. In alcuni casi gli evitamenti possono portare all’isolamento sociale della persona.

È anche tipica la cosiddetta “ansia anticipatoria”: l’ansia di per sé ha evolutivamente una funzione “anticipatoria”, nel senso che è un segnale emotivo che ci avvisa, in termini di ipotesi previsionale, che un nostro scopo potrebbe essere compromesso; infatti, prima di affrontare un evento temuto (es. uno studente che deve sostenere un esame) una persona può provare ansia perché anticipatamente immagina ripetutamente il verificarsi di quell’evento, magari con immagini di sé in cui farà una brutta figura, sarà impacciato, sembrerà stupido. Le immagini di ciò che si teme possono presentarsi per giorni prima di dover affrontare l’evento temuto, aumentando, così,  il livello d’ansia. In alcune occasioni, l’ansia può diventare così intensa da ostacolare realmente il soggetto nello svolgimento dei suoi compiti. Durante una riunione, ad esempio, egli potrebbe essere così tanto in ansia da essere davvero poco chiaro nell’esporre dei concetti. Chi soffre di fobia sociale, dunque, quando ha un livello d’ansia molto elevato, può avere realmente delle prestazioni scadenti. L’avverarsi di ciò che si teme di più, di solito, causa ulteriore imbarazzo, vergogna o senso di umiliazione. Si può instaurare, così, un circolo vizioso che autoalimenta il disturbo, in quanto mantiene nel tempo il timore del giudizio negativo e l’ansia anticipatoria.

Altra condizione che solitamente è associata ai comportamenti di “evitamento” è rappresentata dai cosiddetti comportamenti “protettivi”. Si tratta delle “misure di sicurezza” che la persona prende per evitare che occorra l’ansia o di essere giudicati male dagli altri. Per esempio, se la persona è a una riunione di lavoro e prova vergogna perché se toglie la giacca si noterà che è sudato, in tal caso terrà la giacca addosso e tale comportamento protettivo, paradossalmente, non farà altro che aumentare la sudorazione e quindi, di conseguenza, l’imbarazzo, creando un circolo vizioso. Quindi, le emozioni problematiche maggiormente presenti nella fobia sociale sono l’ansia/paural’imbarazzo, la vergogna e il senso di umiliazione; quando la persona si trova in questo particolare stato d’animo e mentale è ancora più probabile che abbia immagini di disapprovazione, derisione, rifiuto o pena degli altri provando, a volte, un vero terrore. La paura di essere giudicati negativamente può essere, talvolta, così forte da essere accompagnata da evidenti sintomi d’ansia: palpitazioni, tremori alle mani o alle gambe, sudorazione, malessere gastrointestinale, diarrea, tensione muscolare, confusione. Nei casi più gravi il timore del giudizio negativo può provocare veri e propri attacchi di panico. Ai sintomi ansiosi spesso si associano anche le reazioni tipiche della vergogna: rossore in viso, postura dimessa, desiderio di sfuggire allo sguardo degli altri o di “sprofondare”.

Di seguito vengono elencati i sintomi specifici della fobia sociale o Disturbo d’Ansia Sociale che definiscono il disturbo (DSM 5, Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione):

  • Marcata paura o ansia rispetto a una o più situazioni sociali in cui l’individuo è
    esposto al possibile giudizio degli altri
  • L’individuo teme di mostrare i sintomi di ansia e che verranno valutati negativamente (umiliazione, imbarazzo)
  • Le situazioni sociali provocano quasi sempre paura o ansia
  • Le situazioni sociali vengono evitate o sopportate con intensa paura o ansia
  • La paura o ansia è sproporzionata alla minaccia reale rappresentata dalla situazione sociale e al contesto socio-culturale
  • La paura, l’ansia o l’evitamento causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti del funzionamento

Tale disturbo è piuttosto comune: gli studi scientifici indicano che in Europa per esempio colpisce in media il 2,3%  della popolazione generale. Poiché chi soffre di fobia sociale difficilmente richiede aiuto agli specialisti perché sottovaluta il suo problema o se ne vergogna, è probabile che tale disturbo sia ancora più diffuso di quanto indicato dalle ricerche.
Generalmente la fobia sociale compare più o meno bruscamente nell’adolescenza, intorno ai 15 anni, dopo un’infanzia caratterizzata da inibizione e timidezza. In seguito tende a mantenersi nel tempo, con variazioni di gravità legate agli eventi di vita.

Come capire se si soffre di fobia sociale

Per capire se si soffre del disturbo, è doveroso fare una precisazione fondamentale, che vale anche del resto per tutte le altre situazioni emotive, affinchè non siano sempre considerate problematiche. L’ansia anticipatoria, l’imbarazzo, la vergogna, il senso di umiliazione, il timore di essere giudicati negativamente e il timore di vergognarsi sono emozioni che possono provare tutti. Questa condizione però non sempre rappresenta un problema di tipo prettamente clinico, in quanto si potrebbe semplicemente trattare di semplice timidezza, causa certamente di disagio, ma non limitante per la vita della persona se non si trasforma, appunto, in disturbo d’ansia. Allora come si distingue un disturbo di fobia sociale da una condizione di semplice timidezza o da una fisiologica reazione emotiva? Nelle persone che soffrono di  la fobia sociale, innanzitutto, gli stati emotivi sono così intensi e invalidanti che ostacolano il normale svolgimento della vita quotidiana. Le persone che non soffrono di Fobia Sociale in genere cominciano a preoccuparsi solo poco prima dell’inizio della situazione, di solito durante la situazione diventano meno timide e ansiose tanto che, le volte successive, tenderanno a preoccuparsene di meno. L’ansia quindi non è opprimente, sparisce rapidamente durante o subito dopo la fine della situazione e non porta la persona a evitarla le volte successive. Chi soffre di Fobia Sociale, invece, tende a preoccuparsi molto tempo prima dell’evento da affrontare; sta sempre peggio quando si trova nella situazione temuta; la volta successiva può essere ancora più preoccupato della precedente, per cui potrebbe mettere in atto comportamenti di evitamento e/o comportamenti protettivi. Quindi, se ciò che definiamo timidezza o disagio arriva a portare la persona ad evitare gli incontri sociali o comunque causa ansia molto intensa in situazioni sociali, si parla allora di una vera e propria Fobia Sociale.

Tale disturbo risulta molto invalidante per la persona che ne è affetto, in quanto limita significativamente le abitudini di una persona, compromettendone, in modo più o meno grave, anche la stessa autonomia, il funzionamento sociale, scolastico e/o lavorativo. Di conseguenza, spesso, tale condizione influirà anche sull’umore, a causa della frustrazione legata al vedere la propria vita limitata. Dunque, la Fobia Sociale dura un tempo lungo, potrebbe generare intensa tristezza e cali d’umore in quanto la persona valuta quanto è cambiata la propria vita dopo l’esordio del disturbo e spesso prova sentimenti di perdita di speranza su possibili soluzioni.

Per ottenere una diagnosi seria ed accurata, tuttavia, è necessario rivolgersi a persone qualificate.

Altra condizione da tener presente, ai fini di una corretta diagnosi, è che molti dei sintomi presenti nella Fobia Sociale sono comuni anche ad altri disturbi psicologici. Per esempio la persona affetta da Fobia Sociale può avere attacchi di panico come chi soffre del Disturbo da Attacchi di Panico, tuttavia quest’ultimo tende ad averli in situazioni che non necessariamente sono quelle sociali, a differenza di chi li sperimenta solo in situazioni sociali (Fobia Sociale); inoltre chi ha un Disturbo di Panico di solito evita di restare da solo perché avverte la presenza di altre persone come rassicurante; la persona che soffre di Fobia Sociale, invece, ricerca la solitudine perché sono proprio le situazioni sociali che gli provocano disagio.

La fobia sociale può essere confusa anche con il Disturbo d’Ansia Generalizzato. I due disturbi, infatti, hanno in comune la paura di sentirsi imbarazzati o umiliati, ma nel Disturbo d’Ansia Generalizzato tale timore non rappresenta la preoccupazione principale dell’individuo, come invece accade nella Fobia Sociale. I soggetti con ansia generalizzata, inoltre, si preoccupano per la qualità delle loro prestazioni in modo continuativo, anche quando non vengono giudicati, mentre nella Fobia Sociale il motivo principale che scatena l’ansia è il giudizio degli altri.
La scarsità di relazioni sociali caratterizza sia la fobia sociale che il disturbo schizoide di personalità. In quest’ultimo, tuttavia, la solitudine è una conseguenza della mancanza d’interesse per le relazioni sociali, mentre nella fobia sociale è una conseguenza degli evitamenti sociali. Il fobico sociale, infatti, prova interesse nei confronti delle altre persone, ha il desiderio di avere dei rapporti sociali e prova angoscia a causa delle sue difficoltà di socializzazione.
La fobia sociale ha diverse caratteristiche in comune anche con il disturbo evitante di personalità. In entrambi i casi la persona presenta evitamento delle situazioni sociali, bassa autostima ed estrema sensibilità ai giudizi negativi. I due disturbi, tuttavia, sembrano differire per il fatto che la persona con disturbo evitante ha un timore pervasivo in tutte le situazioni sociali e relazionali, mentre chi soffre di fobia sociale ha paure più specificamente correlate alla prestazione sociale, quindi se deve esporsi a fare un compito in pubblico. Questa distinzione, comunque, non permette di differenziare facilmente il disturbo evitante di personalità e la fobia sociale generalizzata. Secondo alcuni esperti, infatti, queste due diagnosi sarebbero sovrapponibili, in altre parole sarebbe possibile che si stanno utilizzando due differenti categorie diagnostiche per lo stesso disturbo. Altri autori, invece, sostengono che ci sono delle differenze tra queste due patologie. Dai risultati di una ricerca, infatti, risulta che le persone con disturbo evitante di personalità, rispetto a chi ha la fobia sociale generalizzata, presentano una maggiore sensibilità interpersonale e più scarse abilità sociali. Secondo altri autori, inoltre, i due disturbi sarebbero distinguibili in base a ciò che attiva il senso di inadeguatezza e l’ansia: i soggetti con fobia sociale di solito si sentono inadeguati quando devono svolgere delle prestazioni agli occhi di altre persone, mentre quelli con disturbo evitante si percepiscono inadeguati soprattutto quando, nel relazionarsi agli altri, avvertono un forte senso di estraneità e di non appartenenza.

Si esclude, infine, la presenza di fobia sociale se l’ansia sociale e l’evitamento si manifestano nel corso di altri disturbi mentali che possono giustificarli (es. depressione) o in concomitanza di preoccupazioni relative ad una condizione medica (es. tremore nel Parkinson, cicatrici).

Cause della fobia sociale

Secondo studi recenti non esiste una causa unica della fobia sociale: all’insorgere del disturbo concorrono un insieme di fattori, che possono essere di tipo genetico, psicologico ed ambientale. Per quanto riguarda i fattori genetici corrisponderebbero a una tendenza ad avere più facilmente reazioni ansiose, collegata ad una maggiore reattività e sensibilità del sistema nervoso. É stata riscontrata, innanzitutto, una familiarità per lo sviluppo della fobia sociale: rispetto al resto della popolazione, in effetti la probabilità di sviluppare Fobia Sociale è maggiore nei parenti stretti di chi ne soffre. Un altro fattore di rischio è la presenza di alcune caratteristiche di personalità (fattori psicologici), sul cui sviluppo incidono, ancora una volta, fattori sia genetici, sia ambientali ed educativi. Per personalità si intende il modo abituale di pensare, di reagire e relazionarci con gli altri. Le caratteristiche di personalità più frequentemente riportate dalle stesse descrizioni delle persone con fobia sociale sono solitamente la sensibilità alle critiche e alle opinioni degli altri e al rifiuto, la tendenza ad avere reazioni emotive, facili a preoccupazioni, spesso sono preoccupati di dover dare una buona impressione di sé agli altri, la sensazione di essere deboli, le difficoltà ad essere assertivi, la bassa autostima e la sensazione d’inferiorità. Tra i fattori di rischio ambientali, infine, si considerano le esperienze in cui la persona si è sentita umiliata o derisa ed elevati livelli di stress legati a importanti cambiamenti di vita (es. incarichi di lavoro che richiedono di parlare in pubblico, perdita del partner); anche l’educazione familiare ricevuta può contribuire positivamente ad aumentare la fiducia in se stessi e favorire le relazioni interpersonali, o negativamente rafforzando le paure sociali.

Conseguenze della fobia sociale

Tale disturbo causa una significativa compromissione della qualità di vita in generale, in particolare in una serie di importanti ambiti della vita come l’ambito lavorativo, scolastico, sociale ed affettivo.
Le difficoltà scolastiche sono spesso causate dalla presenza d’ansia da prestazione. I problemi in ambito lavorativo, invece, sono più spesso causati dal timore di parlare in pubblico e dalla tendenza a evitare impegni in cui la persona potrebbe sentirsi valutata negativamente, come fare lavori a contatto con il pubblico. Nei casi più gravi queste difficoltà possono causare l’abbandono della scuola o del lavoro, o portare a uno stato di disoccupazione dovuto all’evitamento dei colloqui di lavoro. Dal punto di vista sociale affettivo, i soggetti con questa diagnosi hanno meno probabilità di avere relazioni sociali e sentimentali rispetto alla popolazione generale. Nei casi più gravi la persona si può isolare completamente.
Tali difficoltà possono concorrere, inoltre, allo sviluppo di  sentimenti di frustrazione, tristezza e senso di insoddisfazione per sé e per la propria vita, o di un disturbo depressivo, oppure anche all’abuso di sostanze stupefacenti come tentativo di alleviare la sofferenza. Tale situazioni secondarie complicano ulteriormente il quadro descritto.

Differenti tipi di trattamento

Negli ultimi anni sono state effettuate diverse ricerche sull’efficacia delle psicoterapie per il trattamento della fobia sociale. Dagli studi emerge che le terapie che risultano efficaci per la cura di questo disturbo sono la terapia comportamentale, i gruppi di Social Skill Training e la terapia cognitivo-comportamentale.
La terapia comportamentale è un trattamento incentrato sulla tecnica dell’ esposizione graduale, che consiste nell’esporre gradatamente il paziente alla situazione temuta affinché possa ridurre l’ansia sociale ed acquisire un senso di efficacia nella gestione delle situazioni sociali.

Il social skill training (link gruppo per fobici), o training per le abilità sociali, è un trattamento di gruppo finalizzato allo sviluppo o all’incremento delle competenze sociali (es. capacità di risoluzione dei conflitti) e all’acquisizione di modalità personali per affrontare le situazioni interpersonali temute. In un ambiente “protetto”, il paziente può riuscire a modificare la rappresentazione di sé sperimentando rapporti sociali con gli altri membri del gruppo e utilizzando i feed-back sul proprio comportamento.

Chi soffre di fobia sociale può giovarsi anche di un trattamento farmacologico a base di antidepressivi di nuova generazione e benzodiazepine.

La farmacoterapia  è spesso usata per creare le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico più efficace. Per tale motivo spesso il clinico propone al paziente un intervento in cui il trattamento farmacologico e quello psicoterapeutico vengono associati. In genere il solo trattamento farmacologico non risulta efficace, in quanto all’interruzione della farmacoterapia, la sintomatologia si ripresenta. I farmaci, infatti, in tempi relativamente brevi riducono l’intensità dei sintomi che caratterizzano il disturbo, ma non risolvono le “cause” alla base del disturbo; in sostanza sarebbe come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: è probabile che, dopo qualche tempo, il dolore si ripresenti se non si agisce anche su ciò che lo ha provocato.
In effetti, i farmaci, nel caso della Fobia Sociale, abbassando i livelli di sofferenza soggettiva e d’ansia, vengono utilizzati in una fase iniziale del trattamento  in quanto creano le condizioni favorevoli per un intervento psicoterapeutico efficace (per intendersi, se una persona risulta molto agitata sarà difficile che possa avere la concentrazione e la “lucidità”  sufficienti che gli permettano di “apprendere” o seguire una seduta di psicoterapia).

Per tali motivi spesso si consiglia al paziente di seguire sia un trattamento farmacologico (limitato nel tempo il più possibile), sia uno psicoterapeutico.

In realtà, la terapia farmacologica non sempre viene prescritta, ma si rende necessaria almeno temporaneamente, per le persone che hanno un’attivazione ansiosa molto intensa. Una condizione che spesso si crea come ostacolo all’assunzione dei farmaci di tale tipo è la “paura”, a volte convinzione, di sviluppare una dipendenza da tali farmaci; spesso questo è un pregiudizio che ostacola l’efficacia al trattamento. Effettivamente alcuni farmaci (es. benzodiazepine) nel lungo tempo possono provocare dipendenza, tuttavia l’assunzione del farmaco sotto il controllo di un medico esperto (medico psichiatra) evita e diminuisce il rischio di tale condizione.

Il trattamento cognitivo-comportamentale

La ricerca scientifica sostiene che la terapia cognitivo-comportamentale è uno dei trattamenti più efficaci per la cura della fobia sociale. Il protocollo cognitivo-comportamentale per la cura di questo disturbo prevede l’impiego delle seguenti procedure:

  • formulazione di un contratto terapeutico, che contenga obiettivi condivisi da paziente e terapeuta e i loro rispettivi compiti (es. compiti a casa per il paziente);
  • ricostruzione della storia del disturbo, partendo dal primo episodio in cui si è manifestato,    fino alla dettagliata descrizione della manifestazione attuale;
  • formulazione dello schema di funzionamento del disturbo, a partire dall’analisi di episodi recenti durante i quali la persona ha provato ansia sociale;
  • interventi di tipo psicoeducazionale, con cui vengono fornite informazioni sulla natura dell’ansia e della vergogna e sul loro ruolo nell’insorgenza e nel mantenimento del disturbo;
  • individuazione dei pensieri disfunzionali alla base del disturbo e messa in discussione di tali interpretazioni mediante specifiche tecniche (es. esperimenti comportamentali, dialogo socratico);
  • apprendimento di tecniche per la gestione dei sintomi dell’ansia (es. tecnica del respiro lento, rilassamento muscolare isometrico e progressivo, ecc.);
  • esposizione graduale ai pensieri ed agli stimoli temuti ed evitati, mediante il ricorso a specifiche tecniche (es. esposizione immaginativa, enterocettiva ed in vivo);
  • in fase di conclusione del trattamento, interventi di prevenzione delle ricadute.

Questo protocollo è applicabile sia individualmente, che in gruppo. Nel caso della fobia sociale, il trattamento in gruppo costituisce di per sé un’esposizione a ciò che il soggetto teme, per cui va attuato a seguito di una preparazione del paziente ad esso. È possibile effettuare tale protocollo di terapia anche in gruppo.
La terapia di gruppo rispetto a quella individuale, ha il vantaggio generico di consentire il confronto con altre persone che soffrono dello stesso disturbo e di favorire, così, il ridimensionamento del problema e la riduzione della sensazione soggettiva di “essere anormale”. (inserire link terapia gruppo fobici-evitanti). Per quanto riguarda le esposizioni (esercizi efficaci alla desensibilizzazione allo stimolo ansiogeno), sono previste, ove risulti necessario, visite domiciliari in una fase iniziale, in modo tale da sostenere la persona ad iniziare ad esporsi, per poi poter continuare da sola.

Ipocondria

L’Ipocondria (o Disturbo d’Ansia per le malattie) è un disturbo caratterizzato dall’eccessiva preoccupazione legata alla paura di poter contrarre una malattia o alla convinzione di soffrire di una grave malattia, basata sull’interpretazione erronea di segni e sintomi fisici, nonostante un’obiettiva valutazione medica non identifichi motivazioni sufficienti che giustifichino tali timori o convinzioni. In genere le rassicurazioni mediche hanno l’effetto immediato di ridurre il disagio e le preoccupazioni, ma solo in modo transitorio e per poche ore o giorni.

Ai fini di una corretta diagnosi di Ipocondria, è ovviamente opportuno aver effettuato una valutazione medica completa che deve aver escluso qualunque condizione medica generale che possa spiegare le preoccupazioni che la persona lamenta.

I sintomi principali dell’Ipocondria, secondo la nuova edizione del Manuale Diagnostico e Statistico (DSM 5, 2013), possono essere riassunti nei seguenti punti:

  • Eccessiva paura di contrarre o convinzione di avere una grave malattia;
  • In genere i sintomi fisici lamentati non sono presenti o, se presenti, sono di lieve entità e non giustificano l’eccessiva preoccupazione; se effettivamente è presente il rischio di sviluppare una malattia, la preoccupazione risulta comunque chiaramente eccessiva o sproporzionata;
  • È presente un elevato livello di ansia riguardante la salute e una tendenza ad allarmarsi facilmente per il proprio stato di salute;
  • La persona mette in atto comportamenti eccessivi riguardanti la salute (per esempio, attua ripetuti controlli sul proprio corpo cercando segni di malattia, ecc.) oppure presenta comportamenti di evitamento che risultano disadattivi per la vita della persona (per esempio, evitare gli appuntamenti dal medico, ecc.);
  • Per definire tale condizione come Ipocondria è necessario che la preoccupazione per la malattia sia presente da almeno 6 mesi (nell’arco di questo periodo però è possibile che la persona cambi la specifica patologia temuta);

Secondo diversi studi scientifici si rileva che, in genere,  il disturbo inizia a manifestarsi in conseguenza a un evento critico che riguarda il tema della salute  (morte di un parente, esposizione a informazioni relative a patologie mediche, insorgenza di sintomi somatici non previsti, rilevazione di segni prima ignorati, ecc.) in cui la persona ha sperimentato paura, iniziando a sviluppare pensieri o convinzioni erronei relativi al tema del benessere. Per esempio, la perdita di un proprio caro a causa di un tumore può sensibilizzare il soggetto a sviluppare pensieri e convinzioni catastrofiche sulla salute; in genere, una volta attivati tali pensieri e preoccupazioni, la persona tenderà a interpretare male segni fisici prima ignorati, ritenendoli indici di gravi patologie fisiche. Inoltre, è molto frequente che la persona presenti pensieri sotto forma di vivide immagini negative di parti del corpo o di organi che non funzionano o che funzionano in modo inadeguato. Per esempio, alcune persone immaginano il cuore scoppia, i polmoni che non si riempiono completamente d’aria, il cancro che distruggerà il loro corpo, ecc.

Nel momento in cui la persona sviluppa una paura o una convinzione rispetto a una specifica malattia o a varie, tenderà a concentrare e dirigere la sua attenzione verso diversi  aspetti del corpo che vengono considerati come indicatori o sintomi della grave malattia. Per esempio, alcune persone prestano maggiore attenzione ai processi fisici endogeni (del tutto fisiologici) come il ritmo cardiaco, l’attività gastro-intestinale, la deglutizione, la respirazione, ecc. Altre persone concentrano l’attenzione su aspetti esteriori del corpo come l’asimmetria del corpo stesso, irregolarità e macchie della pelle, ecc. Possono essere presenti anche preoccupazioni relative a caratteristiche delle secrezioni del corpo, come il colore della saliva, delle feci e dell’urina o, ancora, controllare la presenza di sangue in queste ultime.

È frequente che la persona rimugini sulle proprie preoccupazioni; le rimuginazioni sulla salute vengono ritenute dalla persona affetta dal disturbo quasi come una forma di prevenzione alle malattie, in quanto la persona tende a pensare che rimuginare ed essere preoccupati è utile per individuare precocemente i segni di malattia.

Solitamente la persona completamente assalita da tali preoccupazioni manifesta sintomi di ansia e, se intensi, dei veri e propri attacchi di panico; anche i sintomi dell’ansia vengono interpretati erroneamente, per esempio la persona può pensare che la tachicardia tipica dell’ansia sia il sintomo di un imminente infarto o, ancora, può immaginare il cuore che si deteriori. Tipicamente avviene che la persona che prova ansia, dovuta alle preoccupazioni e convinzioni, tenderà poi a mettere in atto specifici comportamenti finalizzati a ridurla. Alcuni di questi consistono, per esempio, in ripetuti controlli del corpo come la palpazione dell’addome, l’autoesame per verificare la presenza di sangue nel retto o per individuare la presenza di noduli al seno, ecc. Le continue palpazioni solitamente provocano irritazione dei tessuti e traumatismi, a loro volta interpretati come un’ulteriore conferma della presenza della malattia.

Altre persone, per evitare di preoccuparsi eccessivamente, mettono in atto dei comportamenti di evitamento, per esempio, evitare gli sforzi fisici, situazioni in cui si parla di temi di salute, o guardare programmi televisivi relativi a malattie.

Un altro comportamento tipico che la persona sviluppa è il cosiddetto comportamento protettivo, che la persona ritiene utili al fine di prevenire il rischio di malattie future; per esempio, una persona preoccupata per il proprio sistema cardiovascolare assume un’aspirina al giorno o vitamine in assenza di specifiche indicazioni mediche o, ancora, si prescrive un periodo protratto di riposo.

Ancora un comportamento caratteristico che sviluppa la persona affetta da Ipocondria è la ricerca di rassicurazioni, che può essere agita in diversi modi: chiedendo continuamente informazioni e rassicurazioni dai propri familiari (portando anche le persone vicine a essere esposte ad alti livelli di stress, discussioni, clima di tensione, critiche), ricorrere continuamente a visite mediche, studio di articoli, libri di medicina. Attualmente, ciò che più spesso accade è che la persona, proprio per verificare se ha o meno una malattia, tende ad utilizzare il canale internet come fonte di informazione, ma questo non sempre rappresenta un modo efficace di informarsi, in quanto il rischio di leggere informazioni inesatte o addirittura errate, o di leggerle in maniera non appropriata, è alto e di conseguenza la persona può essere mal informata anche riguardo ai possibili trattamenti scientificamente efficaci.

A proposito di rassicurazioni mediche, è da tenere presente, inoltre, che esistono due tipologie di pazienti ipocondriaci: la persona che richiede frequentemente di essere visitata dai medici per essere rassicurata e quella, invece, che assume un atteggiamento opposto, con condotte di evitamento rispetto alle varie forme di assistenza mediche (essere a contatto con medici, visite mediche). Spesso succede che la persona che arriva a richiedere numerose visite mediche, alla lunga non viene presa molto sul serio e questo genera nella persona l’idea di essere trascurata e di correre maggiormente il rischio di un mancato riconoscimento della malattia temuta.

Il disturbo di Ipocondria è diffuso tra la popolazione generale; i dati al riguardo sono controversi con una percentuale compresa tra 1,3% e il 10%. Tra le popolazioni cliniche il disturbo è presente in una percentuale compresa tra il 3% e 8%. La prevalenza del disturbo è uguale tra uomini e donne (DSM 5).

Come sapere se si soffre di Ipocondria?

L’esordio dell’Ipocondria, in genere, si può ricondurre all’esposizione a una notizia  negativa connessa a patologie mediche (per esempio, apprendere di un parente inaspettatamente colpito da una grave malattia, l’insorgenza di segni e sintomi fisici che non corrispondono però alla preoccupazione della persona, o anche vivere ripetute ospedalizzazioni per patologie mediche, ecc.). In genere, tali esperienze attivano interpretazioni, pensieri e/o immagini catastrofiche, erronee, relativi a temi di salute che suscitano ansia intensa, per cui la persona metterà in atto una serie di strategie per calmare l’ansia e rassicurarsi per esempio, attuare dei controlli sul corpo, richiedere numerose visite mediche per assicurarsi di non avere patologie o evitare di venire a contatto con informazioni di carattere medico). Tipicamente le rassicurazioni hanno effetto solo nel breve termine, in quanto la persona continuerà a presentare preoccupazioni relative alla salute. Spesso la preoccupazione riguardante le malattie diviene per il soggetto un elemento centrale dell’immagine di sé: frequentemente i pazienti ipocondriaci hanno tipiche convinzioni relative alla propria immagine (rappresentazione di sé): si descrivono come persone deboli, fragili, vulnerabili, più sensibili e attaccabili dalle malattie; la persona costruisce il senso della propria identità intorno idea.

Ai fini di una corretta diagnosi è importante differenziare la condizione ipocondriaca da altri disturbi psicologici con i quali può avere dei sintomi in comune. Per esempio, deve essere distinto da un Disturbo di Panico, infatti anche nell’ipocondria possono manifestarsi attacchi di panico, tuttavia questi avvengono in situazioni connesse a temi di salute, mentre nel Disturbo di Panico gli attacchi possono avvenire in vari contesti e, spesso, sono inaspettati. Va anche fatta una diagnosi differenziale con il Disturbo d’Ansia Generalizzata, in cui l’ansia e le preoccupazioni sono su aspetti comuni e vari, mentre quelle ipocondriache sono connesse a temi di salute. Nel Disturbo Ossessivo-compulsivo le preoccupazioni relative al contagio delle malattie sono attivate dai timori di colpa, cioè la persona teme che per propria incuria potrebbe contagiarsi da qualche malattia, per cui la persona mette in atto poi delle compulsioni (atti ripetitivi che servirebbero a farsi che non succeda ciò che la persona teme); mentre nell’Ipocondria solitamente la persona prova ansia perché sospetta o è convinta di avere una malattia, per cui tenderà a ricercare rassicurazioni come visite mediche, ecc. Nel Disturbo Delirante tipo somatico la persona presenta una forte ideazione circa la convinzione di avere una patologia e, a differenza della persona affetta da Ipocondria, non critica mai  le proprie paure e preoccupazioni come eccessive. Nel Disturbo da Sintomo Somatico, sono presenti sintomi fisici di cui almeno uno o più provocano angoscia e significativa compromissione della vita quotidiana; nell’Ipocondria, invece, la preoccupazione più evidente è la preoccupazione per le malattie, mantenuta dalla interpretazione di segni fisici come indicatori di malattia.  Nel Disturbo da Dismorfismo Corporeo la persona ha una rappresentazione distorta del proprio corpo, per esempio, la persona tende a vedere difetti fisici non riscontrabili da altre persone o, se ci sono oggettivamente, la persona tende a estremizzarli; mentre nell’Ipocondria la preoccupazione centrale è per le malattie e interpreta erroneamente segni del corpo come indicatori della presenza di una malattia.

È comunque essenziale affidarsi a un clinico esperto per una corretta diagnosi.

Cause dell’Ipocondria

L’ipocondria può insorgere in seguito a diversi fattori di rischio presenti nella vita di una persona: fattori psico-sociali stressanti, per esempio malattia o morte di una persona molto vicina al paziente, che lo sensibilizza verso il timore che gli possa capitare la stessa condizione; fattori più educativi, per esempio uno stile genitoriale caratterizzato da atteggiamenti iperprotettivi  fin dalla prima infanzia, rispecchiando un’immagine di debolezza; spesso infatti le persone affette da ipocondria si descrivono come fragili, deboli, più vulnerabili alle malattie.

Conseguenze dell’Ipocondria

Le conseguenze di questa condizione sono diverse: la persona che ne soffre tenderà a sviluppare o a rinforzare l’idea di sé come una persona debole, fragile, attaccabile facilmente dalle malattie; inoltre, la debolezza è relativa sia al piano fisico (stancabilità, facilità ad ammalarsi, ecc.) che a quello psicologico intesa come ipersensibilità a provare emozioni esagerate che, nel lungo tempo, possono comunque danneggiare la persona, al timore di non gestirle e quindi di esserne sopraffatto.

Tale condizione ha inevitabilmente effetti sulle persone vicine al paziente che, nel lungo tempo,  manifestano sentimenti di stanchezza, stress rispetto alle esagerate preoccupazioni e alla costante  ricerca di rassicurazioni.

Trattamento dell’Ipocondria

Secondo le attuali linee guida, il trattamento dell’ipocondria implica l’intervento psicoterapico e, se necessario, anche quello farmacologico. Solitamente l’intervento farmacologico è a base di antidepressivi e/o ansiolitici, finalizzato a calmare l’ansia.  Per quanto riguarda le varie forme di psicoterapia, diversi studi indicano come trattamento di prima scelta la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Anche gli interventi psicoeducativi risultano efficaci.

Trattamento cognitivo-comportamentale

Il trattamento cognitivo-comportamentale si focalizza principalmente sull’individuazione e interruzione dei circoli viziosi tipici dell’ipocondria. La persona, infatti, per gestire l’ansia mette in atto una serie di comportamenti (protettivi, di evitamento) che diventano dei fattori di mantenimento del disturbo stesso; per esempio i controlli che la persona attua sul corpo mantengono l’attenzione sul tema delle malattie, vengono interpretati come segni di gravi malattie, il fatto di controllarsi continuamente genera irritazioni cutanee che, a loro volta,  diventeranno ulteriori segni che vengono letti come conferma della presenza di una malattia grave.

Il trattamento consiste di vari livelli di intervento: nelle prime fasi del trattamento è previsto un intervento psicoeducativo che spieghi alla persona il disturbo; interventi mirati ad offrire una spiegazione alternativa e più oggettiva del problema, introduzione del modello cognitivo del disturbo, con l’obiettivo di  iniziare a considerare anche altre ipotesi prima di quella catastrofica (di avere una malattia). Vengono utilizzate diverse tecniche per mettere in discussione le convinzioni del paziente, attraverso verifiche dirette delle credenze ed esperimenti comportamentali.

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Raffalle Manco

Dr.ssa Raffaella Manco
Sono una psicologa e psicoterapeuta ad orientamento cognitivo - comportamentale.

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Se preferisci e se sei nel Salento, puoi anche venire a trovarmi nel mio studio di via Casarano a Melissano.
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